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lunedì 15 luglio 2019

Analfabetismo funzionale perché preoccupa


Italia test INVALSI: i test con cui la scuola verifica le capacità dei ragazzi nelle varie discipline. Molti i dati allarmanti uno su tutti questo: il 30% non arriva alla comprensione adeguata di un testo scritto.

Cosa stiamo dicendo? Che sta tornando l'analfabetismo, un analfabetismo cosiddetto "funzionale" perché implica l'incapacità per la persona con un insufficiente livello di competenze di base (scrittura, lettura e calcolo) di comprendere la realtà che lo circonda e "funzionare" quindi trovarsi un lavoro e orientarsi in un mondo sempre più complesso.

Questi dati "correlano positivamente", vale a dire sono legati direttamente, a:
  • povertà del contesto di appartenenza
  • divari territoriali (il fenomeno è maggiore nel sud)

L'analfabetismo è tornato e da tempo. Ma periodicamente se ne fa una strumentalizzazione mediatica. Perché a questo serve l'analfabetismo funzionale a rendere le menti deboli. Così non controlleranno le notizie, saranno preda di facili emozioni e facili voti di impulso.

"L'analfabetismo funzionale di tanti ragazzi è un effetto di molte cause e rischia a sua volta di diventare la pericolosa premessa di uno svuotamento della burocrazia"

dice Gianrico Garofiglio sulla Repubblica di ieri, qui il link al suo stupendo articolo "Perché il potere ha tolto le parole ai nostri ragazzi".

In questo video bellissimo Umberto Galimberti parla della scuola italiana e della sua crisi e della sua possibile evoluzione. Di come dovrebbero essere selezionati i professori, di come il ruolo della scuola non sia quello di "ingozzare" i ragazzi di notizie ma di costruire Persone in grado di discernere attraverso l'utilizzo dell'intelligenza sociale, cognitiva ed emotiva.


Dello stesso avviso questo articolo che in modo equilibrato e prudente evidenzia come proprio chi parla di analfabetismo funzionale lo faccia a volte con poca cura del dato e in modo polemico e strategico.

Abbiamo bisogno di alimentare la capacità di pensare e sentire in modo equilibrato, di formare personalità dotate degli attrezzi essenziali alla sopravvivenza della specie in un mondo ipertecnologico e mutevole.

Differentemente, come la storia insegna, paura e ignoranza porteranno l'uomo in posizioni di difesa con due uniche possibilità: la difesa passiva (annichilimento) o la difesa attiva (aggressività).

Nei contesti lavorativi questo significa promuovere la cultura dell'apprendimento come elemento essenziale di appartenenza. Non ci può essere evoluzione organizzativa senza la costruzione di una consapevolezza collettiva in merito agli strumenti essenziali per vivere e con-vivere in modo equilibrato.

Oltre il vecchio muro tra competenze soft e hard c'è bisogno di un pensiero forte su quale debba essere l'insieme di competenze per vivere, crescere e far crescere una determinata azienda.

Senza dare niente per scontato, soprattutto l'italiano.

Siamo di fronte ad una vera e propria "crisi di conoscenza" che riguarda le competenze sufficienti a vivere una vita consapevole e strategica.

Alimentare il pensiero critico, la capacità di comprendere il mondo, serve a nutrire la capacità di capire ciò che è bene per sé e per gli altri, a sviluppare un'ottica creativa, costruttiva e soprattutto collaborativa in grado di costruire un futuro buono per tutti.

Esempi di una nuova scuola esistono e sono fatti di soluzioni creative, umanità e flessibilità come ci racconta Paolo di Paolo in questo bellissimo articolo "noi maestri della scuola che non c'è", in cui la scuola di strada innova la scuola ed è in grado di superare le barriere della povertà.

Nella società di internet c'è abbondanza di occasioni di apprendimento (ad esempio tramite le MOOC) ma manca la fame e la capacità di orientarsi per trovarle. Come insegnano questi esempi su tutto rimane una risorsa, la stessa da secoli: il gruppo sociale.

La famiglia, il gruppo dei pari, la scuola e in ultimo l'azienda rappresentano i luoghi dove occuparsi della formazione delle Persone, dove nutrire prima delle competenze strumentali alla "performance" (di figlio, studente, dipendente... c'è sempre una performance attesa) anche quelle umane essenziali per vivere sé stessi e il proprio appartenere in modo consapevole e intenzionale.

venerdì 13 aprile 2018

SE SEI SULLA FREQUENZA DELLO SCIPPO ATTIRI SCIPPATORI

Imparare a vivere la vita in termini di energia e non di materia


Questa la lezione che Gianni Vota in questo video ci suggerisce dopo averci spiegato in maniera efficace e chiaro il meccanismo con cui funziona la sincronicità collegata alla fisica quantistica.



Se hai paura attiri proprio ciò di cui hai paura!

Riflettiamoci e proviamo a fare un po' di esperimenti, magari servendoci della mindfulness per predisporci interiormente alla realtà.
Occorre indirizzare il nostro essere, le nostre emozioni, la nostra attenzione verso ciò che vogliamo essere e ricevere dalla vita.

Solo questa pulizia interiore e questa forte allineamento tra

 INTENZIONE e ATTENZIONE 

potrà cambiare radicalmente la qualità dell'energia che sapremo direzionare all'esterno e cambiare il nostro ambiente.

Provare per credere diceva una vecchia pubblicità! perché no??!!!

domenica 8 aprile 2018

PERCHE' E' DIFFICILE INIZIARE A MEDITARE?


Oggi vorrei condividere un pezzo della mia esperienza nell'approcciarmi alla meditazione.
Premetto che ci sono arrivata tardi, dopo i 40 e con la mente analitica e razionale di una ragioniera.
Il primo approccio me lo offre il mio maestro yoga poi un master in psicosomatica in cui imparo un protocollo di mindfulness chiamato GAIA.

I primi approcci


Sono positivi. Ogni volta che qualcuno mi guida nella meditazione percepisco un beneficio.
Mi sento la testa leggera, i pensieri svaniscono e lasciano posto alla pace.
Il corpo svela e scioglie le sue tensioni e io mi sento finalmente "centrata", sensazione che scopro del tutto nuova e che piano piano comincio a familiarizzare.
Come dico a tutti a un certo punto "ho trovato il mio centro" che vuol dire per me:

  •  una sensazione corporea di stare finalmente dritta con la schiena, con un filo immaginario che attraversa la schiena e mi unisce al cielo e alla terra
  • un senso di concentrazione su di un punto dentro me che esercita come un senso di gravità su tutto il resto e mi fa sentire integrata (corpo, mente, cuore e spirito), compatta (solida) e al contempo unita al resto, al mondo, non divisa.


Da qui l'idea che la meditazione fa per me perché mi da' accesso ad una dimensione inesplorata di me e di relazione tra me e il non me. Sono entusiasta e commossa.

Dare continuità, che fatica


Voi direte hai continuato? La risposta è no. Fuori dalle esperienze di meditazione collettiva fatte non riuscivo a darmi una routine e ritrovare quello spazio meraviglioso da sola.
Nel contempo però andavo facendo proseliti a destra e a manca e suggerendo corsi, app e  spingendo altri a fare la stessa esperienza.
Ma anche loro avevano la stessa difficoltà, meditare da soli.

La mia curiosità mi viene in aiuto

Dopo aver installato due app per meditare (insight timer e stop, breath and think) mi vedevo i giorni passare con la app che diceva (perché ha memoria) da quanti giorni consecutivi meditavo o non meditavo e invariabilmente perdevo la mia routine.
Poi un giorno aspettando un treno in ritardo di 90 minuti ho deciso di provare con la app nuove meditazioni per trasformare quello che era un disagio in un'opportunità.
E qui è avvenuta un'altra cosa nuova. Ho provato diverse forme di meditazione, la prima, la seconda e la terza e più andavo avanti e più mi appassionavo. Sì perché io avevo conosciuto la mindfulness attraverso un protocollo e una serie di tecniche e non immaginavo nemmeno quante potessero essere le vie per arrivare alla meditazione. Mi è venuta voglia di provarle tutte. Così ho meditato con un mantra indiano (cosa già fatta ma in questo caso l'ho fatto per un tempo molto più lungo), con una preghiera (in ebraico), con lo Yoga Nidra. Insomma la mia curiosità era alle stelle. Era meraviglioso in particolare rispondere alla domanda: come reagirà il mio corpo? cosa sentirò a livello di sensazioni emozioni e come si muoveranno i miei pensieri? Ciò che mi intrigava insomma non era solo la curiosità intellettuale ma soprattutto la esperienza che il nuovo generava in me. Ed era spettacolare perché mi arricchivo ad ogni istante di qualcosa di non provato prima.

Capisco il mio condizionamento e lo cambio

Ciò nonostante faticavo a tenere la costanza. Finché un giorno ho capito l'errore.
Stavo vivendo la meditazione come un obiettivo, il che la faceva assomigliare ad una performance.
Questo c'era di sbagliato. Avevo nella mia testa di diventare "esperta". Ho capito che era sbagliato. Che per avere i benefici della meditazione non è la via giusta, almeno per me.
Così ho cominciato a meditare con più gioia, dandomi il permesso di non preoccuparmi dei miei progressi, di stare nell'esperienza per quel che era.
E' cambiato qualcosa da quel momento, lo sento.
La vivo di più come un bambino, col cuore libero, e me la godo tanto di più.

What's next? Cosa viene ora?

Molti mi chiedono "come fare" per iniziare a meditare. Nel cercare la loro risposta io cerco ogni giorno la mia.
E vi dico che non ce n'è una sola. Trovate la vostra via per arrivare a praticare ma state attenti alla nostra mentalità di occidentali che ci porta a vivere tutto in un'ottica di performance, magari in maniera latente e nascosta. Questo forse l'unica attenzione che ho oggi da regalare. Il resto è esperienza ed è ancora in corso quindi vi terrò aggiornati!

Se qualcuno ha voglia di condividere la propria esperienza nei commenti potrà essere di grande aiuto a tutti.

Risorse internet per iniziare a meditare:
- Le app (insight timer o altre ce ne sono anche in italiano)
- Lezioni gratuite in internet su tutti consiglio il corso GAIA del Villaggio Globale di Bagni di Lucca
12 lezioni on line del progetto GAIA al seguente Link
http://www.benessereglobale.org/benessere_globale.php?id=sessionimindfulness


domenica 13 agosto 2017

L'EMPATIA COSA E', COSA NON E', COME GESTIRLA O SVILUPPARLA


Si parla molto dell'empatia, "bisogna essere empatici" dice il dogma della comunicazione, ma cosa significa davvero "essere in empatia"?

COSA SIGNIFICA EMPATIA

Significa entrare nello stato emotivo dell'altro, SENTIRE CIO' CHE LUI SENTE.
Significa quindi sentire paura se l'altro ha paura, gioia se è felice, tristezza se è triste, rabbia se è arrabbiato.
E' una sorta di CONTAGIO EMOTIVO, in cui l'emozione di una persona viene trasmessa all'altra persona.

COSA NON SIGNIFICA L'EMPATIA

Come sottolinea Stephen Covey non significa essere d'accordo né con le idee, né con lo stato emotivo dell'altro. L'empatia è una consapevolezza emotiva dell'altro, ma il fatto che condividiamo uno stato non implica condividere perché quello stato esista. Se una persona è arrabbiata possiamo per esempio non essere d'accordo sul perché si sia arrabbiata ma semplicemente sentiremo la sua rabbia, senza avallarla.
Nell'empatia NON c'è giudizio, non mi interrogo se sia giusto che l'altra persona provi o non provi quella emozione, solo la sento dentro di me e la prendo come una informazione di dove l'altro è in questo momento della comunicazione
L'empatia NON è voler bene a tutti. Molti contestano questa visione buonista ma è totalmente inadeguata, comprendere (cum-prendere, prendere con sé) non significa farsi andar bene lo stato emotivo dell'altro.

TUTTI SONO EMPATICI?

Sì ma in misura diversa. Ci sono persone molto empatiche, quelle che normalmente vengono definite come SENSIBILI che sentono parecchio gli stati altrui, a volte sin troppo. Ci sono altre persone che invece fanno davvero fatica a sentire le emozioni altrui, ne sono un esempio estremo le persone affette da autismo che non riescono a prevedere o immaginare lo stato interiore dell'altro e quindi si chiudono. La psicologia evolutiva ci spiega che il bambino forma con il tempo la capacità di distinguere e comprendere gli stati emotivi altrui. La Teoria della Mente sta a indicare la capacità di immaginare e prevedere lo stato dell'altro. Questo sviluppo in alcuni soggetti può essere molto carente, sia perchè legato allo sviluppo di un tratto autistico, anche leggero, sia perché legato a dissociazioni dovute a traumi o eventi di crescita non positivi.
Mettiamo ad esempio un bambino soggetto a maltrattamento o incuria, è un bambino che non viene riconosciuto, visto, nei propri stati emotivi. Questo bambino vivrà un mancato rispecchiamento delle sue emozioni, giacché se è triste o arrabbiato nessuno se ne curerà oppure darà risposte talmente inadeguate da generare nel piccolo un senso di profonda confusione e frustrazione.
Ben capite perché molti adulti non siano in grado di relazionarsi emozionalmente, perché è mancata una prima relazione"sufficientemente buona" da generare questa capacità e a volte la fiducia nell'abbandonarsi a sentire ciò che l'altro sente. Pensiamo ad un bambino con un genitore iroso o violento, o depresso e triste, impara a proteggersi NON SENTENDO più niente, a dissociare le proprie sensazioni corporee o inibirle, di fatto CONGELANDOSI.


COME GESTIRE L'EMPATIA

A chi spesso viene da me lamentandosi di essere "troppo empatico" suggerisco che questo sia un gran bel dono ma che come tutti i doni abbia un lato ombra che va gestito, legato al "troppo".
Faccio spesso la metafora di una Ferrari che come dono è niente male ma che bisogna imparare a guidare per godere. Lo stesso per l'empatia.
Un mio professore, Paolo Cattorini in una lezione di tanto tempo fa disse:
"L'empatia è la capacità di entrare negli stati emotivi degli altri ma imparate ad uscirne!"
E questo è il problema delle persone molto empatiche, rimanere prigioniere degli stati emotivi degli altri, esserne catturati. Eppure è necessario riuscire a rimanere centrati su di sé rimanendo in grado di distinguere CIO' CHE IO PROVO da CIO' CHE L'ALTRO PROVA.
Questo per rimanere potenti nella relazione e riuscire a influenzarla rispetto ad un obiettivo strategico, senza LASCIARSI TRASPORTARE da ciò che l'altro ci proietta a livello di sentire.

Questo presuppone un lavoro personale sulla comprensione dei propri stati emotivi che rinforzi il contatto con il corpo, mediatore primario delle emozioni, affinché sia sempre possibile distinguere CIO' CHE E' MIO da CIO' CHE E' SUO, nella relazione.

Stesso ragionamento vale per le persone POCO EMPATICHE che risultano essere sconnesse dall'altro perché prima di tutto sconnesse con sé stesse, con le proprie sensazioni ed emozioni.
In un mondo che tende a parcellizzare l'uomo e farlo vivere nel predominio della mente alcuni perdono la naturale capacità di stare in contatto con sé stessi ed è quindi da lì che occorre ricominciare se si vuole migliorare l'empatia.

Nelle persone che hanno avuto un infanzia con forti carenze di rispecchiamento genitoriale (vedi sopra) occorrerà una RIPARAZIONE di quelle carenze. Spesso ciò può avvenire grazie a legami affettivi adulti particolarmente significativi che nutrono la persona di quell'attenzione che le è mancata. La terapia ed in particolare la relazione terapeutica può essere anche un valido momento in cui riparare ciò che è stato fornendo un modello e un sostegno al graduale riappropriarsi del proprio universo emotivo, che per una persona "congelata" può essere qualcosa di molto difficile se non terrorizzante!

UN CONSIGLIO PER 


Gli EMPATICI
 IMPARATE A DISTINGUERVI! E RIMANERE IN CONTATTO CON LE VOSTRE EMOZIONI!
I POCO EMPATICI

INIZIATE UN LAVORO PSICO-CORPOREO CHE VI METTA DI NUOVO IN CONTATTO CON LE VOSTRE EMOZIONI E RIAPRA IL CANALE DELL'EMPATIA!

mercoledì 26 luglio 2017

L'ESSENZA DELLA LEADERSHIP IN UNA FRASE


Viktor Frankl aveva un approccio "esistenzialista" che sottolineava come fosse necessaria per l'uomo una continua costruzione e ricostruzione, anche temporanea, del senso del proprio esistere nel mondo.

Internato in ben quattro lager in cui perde la maggior parte della propria famiglia, compresa la giovane moglie, sopravviverà grazie alla sua resilienza basata appunto sulla costruzione di un senso temporaneo del proprio vivere, sull'umorismo e l'immaginazione.

Nel suo bellissimo libro, "lettere di uno psicologo nei lager" (ed. Ares) egli racconta come è potuto sopravvivere a condizioni inimmaginabili grazie alla motivazione di aiutare gli altri a non lasciarsi andare e alla costante capacità di immaginare la propria amata.

In questa frase egli sottolinea che la nostra libertà è legata alla nostra capacità di rispondere anziché reagire agli eventi, pensando in modo strategico in base a quelli che sono in quel momenti i nostri obiettivi.
La nostra Respons-abilità ci conduce a rispondere in base a ciò che vogliamo essere e realizzare nella nostra vita perché come egli cita nel suo libro "un uomo con un perché può sopportare quasi qualsiasi come". A noi la scelta se farci gestire dagli eventi e dagli altri o cominciare a scegliere.

lunedì 10 luglio 2017

LE SCUSE UN INGANNO PER LA COSCIENZA



SEMINARE RICORDI PER SEMINARE VITA

Leadership significa guidare qualcuno verso qualcosa .

Prima di tutto noi stessi, poi gli altri.

Verso dove vi chiederete?

Verso ciò che ci rende felici e ci dà serenità.

E' così che ognuno può costruire piano piano le condizioni per trovare la felicità dentro di sé, attraverso la consapevolezza e la visione ma anche l'insieme dei dettagli.

Qualcuno ha detto che seminiamo ricordi, io penso che siamo seminatori di vita se diamo senso ad ogni frammento dal più piccolo al più grande! Buon lunedì.

LA SOLITUDINE DELLE NOSTRE DIFESE


domenica 9 luglio 2017

LA COPPIA E LA CRISI: COME USCIRNE?



Che cosa determina la scelta tra andare o rimanere?


Tutti noi ci siamo trovati almeno una volta nella vita a farci questa domanda.
Un rapporto d'amore che nasce, cresce e ad un certo punto si blocca, si ferma o regredisce.
Giorno dopo giorno le attese che abbiamo le sentiamo sempre meno accolte, ascoltate e così l'insoddisfazione cresce e comincia a costruire una distanza tra quello di cui sentiamo il bisogno e quello che sentiamo di ricevere dall'altro.
A volte ce ne accorgiamo in modo consapevole, spesso è una lenta agonia, altre volte arriva come un fulmine a ciel sereno.

MA COSA E' SUCCESSO?

Se è l'altro a dichiarare "lo stato di crisi" questo ci fa sentire smarriti o arrabbiati. Non avevamo colto i segnali di qualcosa che non andava e ci coglie di sorpresa. Eppure i segnali ci sono, CI SONO SEMPRE, è che spesso non vogliamo o non riusciamo a coglierli.

PERCHE' NON COGLIAMO I SEGNALI DELLA CRISI?

Il perché è molto legato alla natura del problema che sta mettendo in crisi la relazione, alla fase di vita che si attraversa ma soprattutto alla consapevolezza individuale.
Quel che si impara è infatti che l'"essere coppia" è un po' come un percorso a tappe in cui si cresce attraverso il riassestarsi su nuovi equilibri.

Si cresce prima di tutto perché si cambia come individui, come persone, e non è sempre facile per l'altro accettare di andare avanti con qualcuno in parte diverso.
In questi casi si è come innamorati di una fotografia, non si vede la persona reale ma una sua immagine e così non si colgono i suoi bisogni e le difficoltà.
Le persone cambiano in continuazione. Lo fanno in modo naturale perché evolvono seguendo l'istinto, la curiosità, le esperienze.

La coppia funziona quando diventa un luogo che alimenta lo sviluppo personale, che sostiene i cambiamenti.

Ma ciò può non essere facile.
Basti pensare al lavoro, ad un'opportunità che pone davanti ad una lontananza o ad un trasloco quanti riescono a dire "sì vai realizzati!"? Tanti ma non tutti, perché qualcuno cede al proprio bisogno di un equilibrio stabile e proprio non ce la fa, per ragioni varie, a mettere al centro della scena l'altro.
A volte invece il cambiamento è repentino perché legato a un trauma, una ferita, che diventa uno strappo nell'esistenza a cui ognuno trova il proprio modo per sopravvivere.

I momenti difficili che la vita ci pone davanti, come le perdite (di persone care o sicurezze: come il lavoro) o le malattie (che minano l'integrità della persona rendendola fragile) uniscono, altre volte separano, scavano fossati quasi impossibili da oltrepassare.

Questo perché in quei momenti il bisogno di sostegno da parte della persona più "debole" o di entrambi è estremo e quel che può succedere è che:

1. Non si riesca a chiedere al proprio partner il necessario supporto e ci si senta soli e delusi;
2. Che l'altro si spaventi entri in crisi e non riesca ad essere una fonte di appoggio sicura in un momento delicato;
3. Che uno dei due minimizzi o cerchi di "dimenticare" l'accaduto in fretta come forma  di difesa, "non è niente", "bisogna andare avanti", questo salto in avanti è legato ad un'incapacità a stare nel dolore proprio e dell'altro attraverso l'ascolto, l'empatia, ma soprattutto la condivisione e ad una strategia errata di sopravvivenza che cerca di trovare una soluzione veloce e vana al problema.

E' il caso ad esempio di una coppia che subisce un aborto spontaneo, che è pur sempre un lutto che ha bisogno di essere integrato e vissuto insieme fino in fondo al pari di una gravidanza. Se chi sta intorno alla donna non ne parla lei può sentirsi sola e in qualche modo abbandonata a vivere questo dolore nella solitudine.

Spesso anche un evento naturale e positivo come la nascita di un figlio può rappresentare un momento "traumatico" per la coppia per la pressione psicofisica e lo stress, e lo sbilanciamento del piano del "prendersi cura" nei confronti del bambino che può creare non poche "delusioni" reciproche nei coniugi.

La crisi è parte del cammino.

Se non esiste una relazione senza crisi, cosa porta alcuni a rimanere nella relazione e altri a mollare il colpo?

Per rispondere vi racconterò una storia.
Alcuni anni fa accendo la tv e, su un programma pomeridiano, incrocio la conduttrice che fa una domanda ad una coppia di arzilli signori.

"Come avete fatto a stare insieme per più di 40 anni?"  

Il marito rispose più o meno così:

"Io e mia moglie quando ci siamo sposati abbiamo fatto un patto,
abbiamo stabilito che, quando avessimo avuto un disaccordo, uno dei due sarebbe andato a farsi il giro dell'isolato.
Ecco, io in questi 40 anni ho passeggiato molto."


Questo racconto evidenzia un elemento importante dell'essere coppia: il patto, l'accordo.
Alcuni psicologi arrivano a dire che alcune coppie in realtà non sono mai esistite e sono quelle coppie in cui manca appunto l'accordo. 
Accordo su degli obiettivi, su un modo di essere coppia, su un perché a cui tendere che vada oltre la soddisfazione del reciproco narcisismo.

Dirsi "cosa, come e perché" può essere davvero difficile per due innamorati, presi dal vortice delle emozioni, ma lo è anche man mano che il tempo passa perché di fronte al fatto che le attese potrebbero non essere soddisfatte risulta difficile esprimere con chiarezza le proprie idee.
Il tutto è reso molto complesso dal cambiamento che spesso porta con sé una revisione delle visioni individuali rispetto "all'essere coppia". 

Il guaio più grande comunque lo porta l'accordo implicito suggellato tra le due parti inconsce dei due innamorati.

Cosa è l'accordo inconscio?
Immaginate due bambini piccoli ecco è come un accordo tra quei due bambini.
Su cosa si basa? Sui bisogni, sui desideri.
E' reale legato al presente? No è legato a ciò che ad ognuno è mancato nei precedenti legami d'amore in particolare nelle relazioni primarie con le figure di accudimento.

Come diceva Margaret Mazzantini in "Nessuno si salva da solo" " due (persone) pieni di buchi" si incontrano con una fantasia comune che contiene una domanda d'amore impossibile da realizzare.

E veniamo all'altro elemento importante dell'essere coppia: la consapevolezza.
Qualcuno ha detto, qualunque partner avrai, guardando lui vedrai sempre è solo te stesso.

La coppia è un luogo di confronto con i propri limiti, con le attese e i bisogni che riusciamo a vedere più chiaramente se proiettate sull'altro.
Ad ogni modo nessuno può davvero conoscere e ascoltare davvero qualcuno se non a partire dal proprio ascolto. 

SE NON SAI CHI SEI, TI CON-FONDERAI CON L'ALTRO.

Solo chi si conosce può distinguersi dall'altro, come solo chi conosce le proprie radici può non perdersi al vento.
La consapevolezza dei "buchi", delle attese ancora in sospeso è ciò di cui abbiamo bisogno per riuscire a vedere l'altro:
- non come una fotografia
- non come una proiezione di ciò che ci manca o delle nostre parti più inaccettabili e rifiutate
- non come un contenitore di desideri e mancanze

 ma come un altro diverso solo così potremo essere 
"Uniti e Unici"
insieme e differenti, come la grande psicoterapeuta Virginia Satir diceva della coppia.





sabato 8 luglio 2017

COME ESORCIZZARE LA PAURA: HARRY POTTER E IL PRIGIONIERO DI AZKABAN




La prima volta che vidi Harry Potter e il prigioniero di Azkaban mi colpì molto una scena che riguardava le paure e il loro potere  .
C'era nel film una metafora della paura molto convincente, la metafora del "molliccio" un "mutaforma", qualcosa impossibile da vedere che assumeva le forme di tutte le nostre paure.
Questo molliccio poteva essere sconfitto con l'umorismo.
Nel film i ragazzi pronunciavano la parola "ridiculus" immaginandosi l'immagine paurosa con particolari paradossali e buffi che la trasformavano da minacciosa a ridicola.
Pensai che questa metafora insegnava alcune cose da ricordare sulla paura:

  • che le paure e le emozioni sono dentro finché qualcosa non le tira fuori dal nostro teatro interno
  • che per vincerle bisognava avere fiducia in sé nel guardarle, attraversarle e vincerle con il potere dell'ironia e della fantasia
  •  che il potere della paura sta nella "paura di avere paura"

venerdì 2 gennaio 2015

COME PER IL 95% DEL TEMPO AGIAMO PROGRAMMI INCONSCI



Grande discorso di Bruce Lipton:
 "per il 95% del tempo noi agiamo dei Programmi inconsci e solo il 5% della nostra vita agiamo creativamente"
"per cambiare dovremo proteggere i nostri bambini da questi programmi perché fuori dai programmi potranno rimanere umani"
aggiungo io: e liberi!


ricordo la possibilità di chiedere la traduzione dei sottotitoli in italiano.
Catia Conti

lunedì 17 novembre 2014

DA EGO AD ECO SISTEMI UNA TEORIA DEL CAMBIAMENTO SOCIALE



Otto Sharmer (Presencing Institute MIT Boston)  in questo interessante discorso ci spiega l'essenza della sfida della nuova leadership vale a dire "muovere le persone da una consapevolezza di egosistemi a ecosistemi".

Ognuno di noi è chiamato a essere leader, agente di un cambiamento in grado di spostare i nostri sistemi economici e sociali da una prospettiva egoica basata sull'utilità di pochi a una basata sull'ecologia del vivere globale.

Ciò che fa la differenza in questa nuova dimensione è l'origine dell'azione dell'uomo vale a dire una nuova consapevolezza che parte dall'APRIRE cuore, mente e volontà.

APRIRE LA MENTE significa imparare a sospendere il proprio giudizio;
APRIRE IL CUORE significa diventare capaci di cambiare il proprio punto di vista con quello di un altra persona
APRIRE LA VOLONTA' significa lasciare le cose andare e venire

Non è facile perché sviluppare una tale consapevolezza ci pone di fronte a tre nemici interiori:

1. La voce del giudizio (che chiude la mente)
2. La voce del cinismo (che distanzia le persone tra loro e impedisce loro di sentire profonda empatia)
3. La  voce della paura (che blocca tutto)

Chiunque voglia essere leader di sé e degli altri ha da sconfiggere questi nemici e facilitare il fatto che gli altri attorno a sé facciano altrettanto.

martedì 18 ottobre 2011

JULIO VELASCO E L'ATTENZIONE DELLA NOSTRA MENTE




"Se la realtà è come è e non come vorremmo che fosse"
è il favoloso Incipit di questo discorso sull'atteggiamento mentale dei giocatori che si applica però ad ogni spazio di azione della vita.

Velasco prende la metafora della palla "alzata male" per mettere in evidenza come di fronte ad una realtà diversa dalle attese tutti abbiamo due scelte possibili:
- occupare il nostro tempo nel giudicarla (però come è alzata male questa palla!)
- occupare il nostro tempo nel comprendere come prendere una palla alzata male e recuperare la situazioni (problem solving)

Spesso infatti il nostro IO ci porta a giudicare anziché risolvere con un meccanismo che cerca di spostare lontano da sé la responsabilità (è colpa sua che l'ha alzata male).

In tutto questo tempo, la palla cade.
E' in fondo una splendida metafora della vita, che passa, con il rischio di aver passato troppo tempo a giudicare senza comprendere come indirizzarla e re-indirizzarla nella direzione in cui noi volevamo che andasse.

Catia Conti

mercoledì 1 luglio 2009

Spunti dal cinema: Frankenstein junior


Penso che il cinema sia un gran formatore e un grande influenzatore del comportamento umano, perché parte dalla realtà per creare un universo parallelo che finisce per influenzare quello originario, nel bene e nel male.
Ho appena finito di leggere Gomorra e sono rimasta sorpresa nel leggere di come i boss della camorra prendessero spunto per costruire i loro personaggi dai boss di Scarface, del Padrino e altri imitando tali personaggi in tutto e per tutto dai vestiti, alle posture, alle ville....
Fino ad oggi avevo pensato solo il contrario...
Oggi vi presento il mio film preferito: Frankenstein junior.
Perché proprio questo film?
Perché ogni volta rimango stupefatta dalle pennellate geniali, leggere e ironiche, con cui racconta aspetti importanti del vivere.
Tutto ciò che troviamo nei libri universitari, magari in testi di psicologia difficili e noiosi, il cinema può raccontarlo con immagini e renderlo sensibile all'apprendimento tramite le emozioni.
Vi chiederete: cosa c'entra con il benessere al lavoro?
C'entra, c'entra...
Perché è arrivato il momento di iniziare a riflettere insieme sulle condizioni che realizzano lo star bene al lavoro e non si poteva che partire dalle dinamiche di clima relazionale, di cultura, e anche di contesto che questo film è in grado di evocare.
Chi non ha mai incontrato tipi come Igor (Aigor), Frau Blucher e Inga nelle aziende in cui ha lavorato?
Eh sì, se ci pensate bene, ce li avete anche voi...
quelli che solo a pronunciarne il nome partono brusii, sguardi e sospiri... e poi quando ve li trovate davante capite in un attimo il perché...
Per non parlare del Doctor Frankenstein?
Chi non ha mai avuto un professore o un capo come lui, rigido, emotivo e sensibile?
Questa galleria di personaggi eccezionali ci offre una serie di pillole di comicità sui temi della relazione interpersonale sottolineandone vari aspetti, comunicativi e affettivi.
Se penso alle scene di:

  • Igor e il cervello abnormal mi viene in mente come dare il feedback (non si arrabbierà vero?)
  • a "lupo ululì castello ululà".. il linguaggio che caratterizza un luogo, crea un'appartenenza e segna confini
  • a "si può fare" per incontrare la motivazione legata ad una nuova visione di ciò che è o non è possibile
  • a "taffetà caro taffetà" per sorridere delle diverse modalità di intendere l'amore e gli affetti
  • alle scene dei cittadini inferociti e timorosi per riconoscere il pregiudizio basato sull'esperienza

Ce ne sarebbero ancora di suggestioni ma penso che ognuno possa trovarne di nuove in un film attuale nella sua intramontabile originalità.

Buona visione e buona formazione!

Ciao

Catia Conti